Pantani, Marco, il Pirata...

Accerchiato da giornali, radio e siti internet che in questi giorni ci hanno ricordato come Marco Pantani oggi, 13 gennaio 2020, avrebbe potuto compiere 50 anni, alla fine ho ceduto pure io nello scrivere due righe sul Panta. Onestamente, pur provando un amore viscerale nei confronti del pirata, negli ultimi anni mi ha dato parecchio fastidio tutta questa ossessione sulla ricerca della verità in quel fatidico 14 febbraio. Capisco Tonina e Paolo, meno chi ci marcia e ci ricama attorno. Lasciamo in pace l'anima di Marco. Ci cambierebbe davvero la vita sapere se si è ucciso o se l'hanno ucciso? Pure io nutro dei dubbi e propendo più per la seconda ipotesi che per la prima, ma a me interessa ricordare Pantani per quello che mi e ci ha fatto vivere quando pedalava e scattava in salita.

Il dato pazzesco, a mio avviso, è che ancora oggi siamo qui a rimpiangere Pantani. Perchè lui è stato unico. Si parla ancora del mitico 1998, del Galibier e della crisi di Ullrich, del duello con Tonkov al Giro e della sua bandana. E' giusto che sia così. Negli ultimi vent'anni non c'è nessuno che si sia avvicinato a lui, nel mondo del ciclismo, in quanto a potere di muovere una nazione intera. Il giudizio sulla fragilità dell'uomo e sulle sue debolezze può variare. Non quello sullo sportivo e su quello che ci ha fatto vivere. L'eco dei suoi scatti memorabili, dal Mortirolo all'Alpe d'Huez, da Plan di Montecampione a Courchevel, riecheggia ancora prepotente. Marco Pantani è stato un pezzo della storia d'Italia. Fra il 1994 e il 2000, che sono stati gli anni in cui ha condensato le sue vittorie, ha dato un altro senso e un'altra luce al ciclismo. Una manciata di stagioni, peraltro molte mozzate da infortuni, cadute e sfighe di vario genere. Straordinario.

Un eroe tragico, che paradossalmente proprio in virtù di quella fine così orribile, ci è entrato ancora più nel profondo. Perchè tutti noi abbiamo sempre aspettato, da Madonna di Campiglio in poi, che Marco potesse risorgere alla sua maniera e irradiarci di nuovo col suo bagliore.
Oggi lo portiamo ancora con noi quando pedaliamo in salita, lo sentiamo nel gruppo grazie al ricordo di tanti corridori e alle scritte bianche sulla strada- Marco continua a vivere. Non fisicamente, ma spiritualmente lo sentiamo sempre. Questo è quello che conta. Questo è quello che dobbiamo conservare. Questo è quello che dobbiamo continuare a tramandare...

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